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    cruciatus fantasma
 

Domenica, 14. Gennaio 2007

Cruciatus fantasma
di lizbarr2, 19:22



Cruciatus fantasma

LEGGO DELL'ALTRO :
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Phantom Cruciatus - by Liz Barr notes: Snape fic. Angsty. All books. Post GoF. - rated: Say a strong PG-13. Possibly an R. Depends how much angst you can tolerate. feedback: yes please. elizabeth_barr@yahoo.com.au summary: He has eaten death, darkness and oblivion, and now there's only memory and madness. Tradotto da Cuccussétte - V.m 18 per i temi adulti, non per sesso o parolacce ma per la descrizione del dolore mentale che può procurare la tortura. Non ci sono molti particolari fisici, l'autore consiglia v.m. 14 o v.m 18 a seconda della tolleranza individuale. L'orrore è più psicologico che concreto.
http://mirrordance.net/hpfic/phantom.html

 

Non aveva nome. O forse, lo aveva avuto un tempo, ma ora se ne era andato. Aveva avuto una vita, un tempo, era stato una persona diversa, o diverse persone, ma era tanto tempo fa, e ora non aveva nome.
Adesso stava solo urlando. Oscurità.
Oscurità tutto attorno.

Crucio.

Gridò di nuovo, fino a quando non poté più riconoscere la propria voce. Qualcuno stava gridando, e per l’amor di dio, non potevano far stare zitto quel povero bastardo?
Il braccio bruciò, come mai prima di allora aveva bruciato. Il Marchio Oscuro era il legame di Voldemort con i suoi Mangiamorte, e il legame loro con lui. Erano legati insieme: l’Oscuro Signore e i suoi postulanti, tutti portavano la medesima cicatrice. Anche un traditore – specialmente un traditore - sentiva il tremendo, glorioso dolore della presenza di Voldemort.
Nei sempre più rari momenti di lucidità, sapeva che era colpa sua. Aveva scelto, e poi aveva cambiato idea.
Complottare era compensato con la tortura. Erano i modi di Voldemort.
Avrebbe dovuto saperlo quando fece la sua scelta, e lo avrebbe ricordato ad ogni successivo snodo, quando la scelta doveva essere nuovamente fatta. Ma non avrebbe mai immaginato che sarebbe stato così.
Aveva immaginato il fallimento, quando immaginava il completo fallimento, in termini di morte, non prigionia.
Colpa sua.

Crucio.

Severus Snape gridò.

***

Non riusciva a ricordare come fosse arrivato lì. Non poteva ricordare perché, eccetto che loro ridevano quando li supplicava di smettere. Odiava supplicare, odiava le risate… supponeva fossero meglio di tutto questo. Ricordava di avere avuto orgoglio. Una volta, in un’altra esistenza, aveva valutato quella sua dignità conquistata a caro prezzo più d’ogni altra cosa. Ma il dolore era straziante, e giunse a odiarlo più dell’umiliazione.
Non riusciva proprio a ricordare il nome, cosa strana, perché c’erano tante altre cose che ricordava. Giaceva sul pavimento di pietra, la fredda pietra non alleviava mai il bruciore nel braccio, e riordinò ogni cosa che riusciva a ricordare.
Mani nei capelli, i profumi della lavanda e del legno di sandalo. Sua madre. Sentire le sua voce, che cantava per lui. Il ribollir della pozione, la luce del sole d’inverno che si rifletteva sul calderone, lo scoppiettare del fuoco e la voce della madre.
La madre che piangeva.
La zia, arrabbiata. “Il Ministero si è spinto troppo oltre. Siamo una famiglia assai vecchia; non hanno diritto d’accusar mio fratello di Magia Oscura.”
Stava mentendo. Non poteva ricordare come lo sapesse, eccetto che era certo come la pietra sotto di lui. Lei mentiva, e anche sua madre lo sapeva. Era uno spettacolo. La zia credeva nelle apparenze.
Aveva avvelenato sua madre, lei. Non sapeva come potesse saperlo, certo, ma era così.
Posò boccioli di lavanda sulla sua tomba, bruciò legno di sandalo.
Un ufficio tondo, un uomo che era sia più vecchio sia più giovane di chiunque mai avesse visto. L’uomo abbassò gli occhi su di lui, in qualche modo sia serio che divertito, tutto insieme. Gli occhi blu avevano luccicato a qualche ricordo.
Dumbledore.
“I tuoi genitori hanno studiato da me,” disse, e ora aveva gli occhi tristi.
Il nome dalla mamma in un libro di scuola. <Una delle più dotate esperte di pozioni del nostro tempo. >
Ricordò la sua sorpresa, che era speciale per tutti tranne che per lui
Volare. Scope. Poca stabilità, paura, meraviglia alla facilità con cui altri sembravano starci su
Un ragazzo più vecchio, biondo e bello. Più vecchio, ma disposto a passare il suo tempo con un ragazzo brillante. Lucius.
Perché riusciva a ricordare il nome suo, e non il proprio?
Una ragazza con i capelli rossi e gli occhi verdi. Dodicenne. “Non ti ammazzerebbe essere civile, ogni tanto, lo sai.”
Si sbagliava: ragazza sbagliata, ghenga sbagliata, sangue sbagliato.
( Un paio d’anni dopo: sedicenne, infatuato, colpevole e arrabbiato. “Sgualdrina Mezzosangue!” Fu la prima volta che una rissa con la ghenga di Potter lo aveva mandato in infermeria.)
“Non è detto che dobbiamo essere amici.”
Poche persone potevano litigare con lei ed averla vinta. “Penso che i Serpeverde non siano devoti al seguire le regole.”
I dodici usi del sangue di drago.
I sette passaggi della Trasfigurazione.
Una donna che si trasformava in gatto.
Il metodo proprio per creare Pozioni Rigonfianti. Pozioni Dissolventi. Soporifere e Stimolanti. Polyjuice e Wolfsbane.
Un sacco di ricordi, davvero. Era fortunato ad avere tanti ricordi. C’erano persone che erano grate di avere tanti ricordi.
Ovvio, quello che mancava loro in ricordi, probabilmente era tutto salute.
Stava ancora ridendo di questo, sebbene non ricordasse perché era divertente, quando vennero per lui.

Crucio.

***

Soprattutto, ricordava pozioni. Ricordava ricette, la raccolta degli ingredienti, le precauzioni. Sul gelido pavimento del sotterraneo di Lucius Malfoy, accudì il corpo danneggiato e ricorse alle ricette.
C’erano buchi nei ricordi, ne era certo. Per giorni, cercò di rammentare se occorrevano cinque o sei dosi di cappuccio del monaco in una pozione per addormentare. Ci si dibatté su, cercando di ricordare, siccome doveva essere sicuro di qualcosa d’altro, oltre che del pavimento del sotterraneo e dei dolori che lo assillavano.
“Da una settimana bofonchia,” sentì dire qualcuno. Era una sorpresa: non si era reso conto di parlare ad alta voce. “Ma solo di pozioni. Nulla sulla resistenza, o sui piani di Dumbledore.”
“Tipico. Niente è più importante dei suoi preziosi intrugli.”
Era una bugia, pensò. Molte cose erano più importanti, ma non riusciva a ricordarle bene, e non credeva che a Voldemort importasse del legno di sandalo r della lavanda sulla tomba della madre.

***

Anche quando il dolore della Cruciatus si fu dissipato, il Marchio Oscuro faceva costantemente male. Era scuro e nitido contro la pelle bianca, una presenza malevola.
Un cancro.
Lo grattugiò con le unghie spezzate, ma non si mosse né cambiò, sebbene da qualche parte gettò fuori sangue.
Il sanguinamento cambiò assai il dolore, e continuò a graffiare il Marchio fino a quando non svanì la novità del diverso dolore.

***

L’aveva scelto. Poteva ricordare assai la scelta: stare o andarsene.
Un ragazzo. No, un giovane uomo, sebbene potesse ricordarlo solo come un ragazzo. Ma ora era un giovane uomo, ed era importante.
Aveva bisogno di essere protetto. Aveva bisogno di essere salvato, e lì era la situazione infida: c’era un debito, e mai sarebbe stato ripagato.
Stare o andarsene.
Fuga o assoluzione.
Dumbledore era sempre stato scontento di lui. I suoi fallimenti, sia impliciti che spettacolari, erano un tradimento alla fiducia di Dumbledore.
Si domandò se mai quella fiducia fosse davvero infinita come appariva.
Non era importante adesso. Aveva fatto la sua scelta, era quella giusta. Non sapeva come, o perché, ma aveva fatto la cosa giusta. Salvato il figlio, ripagato il debito al padre.
Presto sarebbe finita.
Presto.
Presto.

Crucio.

***

Si chiese perché fosse ancora vivo. Dovevano averlo ucciso. Dovevano averlo ucciso ormai da tempo. Ma lo avevano tenuto sano di mente ( la parola <Longbottom > scoppiettò nella testa, anche se non riusciva a sapere perché ) e ancora non lo avevano ammazzato.

Crucio.

Attraverso il dolore, lo chiese. La risata non lo sorprese. Ormai lo stuzzicavano poco.
La voce acuta, inumana, disse, “Non ancora, Severus. Presto, ma non ora.”
Severus, pensò quando i Dissennatori lo trascinarono via. Così era quello il suo nome.
Aveva di nuovo un nome.

***

Con il proprio nome vennero nomi di altre persone, e ricordi seguirono.
Potter.
James.
Terzo anno.
Una rissa nel corridoio fuori dall’aula di Incantesimi.
“Almeno mio padre non sta a Azkaban!”
un lampo di rabbia, non perché fosse crudele, ma perché era vero. Girarsi su sé stessi e lanciare una fattura, senza pensare.
Cesare.
Suo padre.
La voce acuta. Voldemort. “Tuo padre era uno dei miei primi luogotenenti, Severus. Uno dei più fedeli. Mo sostenne a lungo prima che il mio nome fosse noto. Dovrei atendermi grandi cose da te.”
Aveva sempre desiderato che Potter stesse mentendo.
Cesare, che lo sollevava, su verso il soffitto, mentre la madre strillava e rideva allo stesso tempo.
“Mio figlio, eh? Mio figlio, il grande Maestro di Pozioni, il grande stregone… sarai il migliore, Severus. Come non potrebbe essere?”
Sua madre. Margareth. Avvelenata.
Sua zia. Adelaide. Avvelenatrice.
Erano un’antica famiglia, una famiglia facoltosa, una delle migliori famiglie. Mentre invecchiava, capiva che non erano una famiglia particolarmente simpatica.
Non voleva quei ricordi, ma vennero lo stesso.
Un plenilunio, il Whomping Willow, Lupin ( un licantropo, mio dio, tutto quel tempo era stato un mostro ).
Potter, lo tirava via, si attendeva gratitudine.
Diciassette anni, guardava Voldemort in faccia e voleva essere ritenuto meritevole.
Il Marchio Oscuro che veniva impresso nel braccio. Sotto la pelle, una cicatrice sull’anima. L’orrendo rendersi conto nauseante dell’aver commesso un errore. Non c’era alcuna gran minaccia Babbana, non c’era motivo vero per la paura e – più orribile – la conoscenza di quello che erano realmente le arti Oscure: nessun tesoro segreto, tenuto fuori tiro da tradizioni beghine o prive di fondamento, ma vero, estremo male.
Dumbledore.
Perdono.
Questa era la cosa peggiore: che lui potesse essere perdonato, quando sapeva che non poteva mai perdonare alcuno che lo avesse offeso

***

Ancora una volta, percorse una ricetta per un distillato soporifero. Erano quattro dosi, si rese conto. Sei rendevano un estratto soporifero qualcosa di più potente. Otto lo rendevano mortale.
Era buono da ricordare.

***

Sentì passi fuori della cella.
“Lucius.”
“Severus. Sembri assai più in te del solito.”
“Benefici di uno stile di vita sano.”
“Mio figlio porta i saluti.”
“Sono toccato.”
Lucius si chinò, la faccia pallida sovrastò quella di Snaoe
“Volevo solo che sapessi,” disse,”Che quando l’Oscuro Signore davvero decise di ucciderti – e lo farà, io lo so – quando lo farà, io sarò qui- Vecchio amico.”
“ Noblesse oblige?”
“Vendetta.”
“Pure quella.”

***

Non riusciva a ricordare cosa avesse fatto, che Lucius sentisse bisogno di prendere una rivincita. Sospettò che Lucius fosse offeso dal suo tradimento.
Lucius odiava venir preso in giro. Era un purosangue, dopo tutto, e loro dovevano essere al di sopra di ogni genere di cosa.

***

lo lasciarono solo per un lungo periodo. Gli Elfi Domestici continuarono a portrgli il cibo, ma nessun altro lo infastidì. Pensò di rifiutare il cibo, morire di inedia, per sua stessa scelta.
Come sempre, era debole. Alla fine, accettò il cibo.
Il dolore residuo della Cruciatus era sbiadito, ma il braccio martellava di continuo. Si chiese cosa stesse avvenendo fuori dalla cella. La gente stava morendo. Sentì il potere di Voldemort crescere con ogni decesso.
Si chiese se il ragazzo fosse morto di già.
Il ragazzo.
Harry Potter.
Un altro nome tornò.

***

Era lì perché aveva scelto di proteggere Harry Potter.
Una volta, aveva scelto di andarsene. Altri avevano pagato il prezzo.
( < Avadra Kedavra >. La sua voce, la sua bacchetta, la coscienza. )
quella era la sua penitenza.
La sua morte era inevitabile. Il Signore Oscuro non perdonava mai i tradimenti.
Severus Snape attendeva di morire.

***

Dolore. Straziante, profondo dentro di lui, si irradiava dal braccio, sommergeva il corpo.
Crucio?
Era solo.
Niente crucio.
Sentì come se un ago venisse infilato nella pelle. ( Ma perché Voldemort, tra tanta gente, ricorreva ai metodi di tortura Babbani? ) sulle prime, fu una puntura decisa, ma invece di ridursi a un acciacco, si intensificò, divenne un milione di aghi che coprivano ogni centimetro del braccio, poi del torace, e l’intero corpo. Era così intenso da parere impossibile. Le dita si arricciarono, come se tendendo i muscoli avesse potuto respingere il dolore fuori dal suo corpo.
Così tanto dolore.
Una volta aveva pensato che un essere umano potesse diventare immune al dolore, ma era successo tanto tempo fa, ed era stato giovane e sciocco.
Dolore.
Svenne.

***

“E’ vivo. A malapena.”
“Vivo? Sirius, è rimasto chiuso qui per quasi un anno. E’ impossibile.”
“Lo sai, Remus, è una parola che ho imparato ad usare con cautela estrema.”
Passi.
“Gli Auror hanno finito di metter in sicurezza la dimora. Sono morti tutti.”
Potter.
“Cosa, tutti?”
“Anche gli Elfi Domestici.” Una pausa. “Pare che si siano suicidati tutti. Non c’è niente di vivo qui.”
“Harry…”
“E’ colpa mia. Dumbledore. Percy. I miei errori… Avrei dovuto trovare un’altra strada. Voldemort, i Mangiamorte… ora gli elfi Domestici.” Rise. Non pareva sano di mente. “Sono morti tutti.”
“Harry, Snape è vivo.”
Respiro mozzato. Speranzoso e impaurito.
“Vivo ? E’ un anno ormai… Dumbledore disse –“
“Dumbledore non è – non era onnisciente. Severus è vivo.”
Silenzio.
“Oh.”
“Harry?”
“Sto bene…”
“Harry…”
Una nota d’acciaio. “Sto bene, Sirius. Ho solo – ho bisogno…” Un profondo respiro. “Ho bisogno di contattare Hermione. Farle sapere che… lui avrà bisogno di…”
Lupin. “Contatterò il St. Mungo. Tu devi riposare le mani.”
“Non voglio riposare le mani.” Tagliente, arrabbiato. Poi, più dolce. “Grazie, Remus. Hermione – dovresti-“
“Parlare a Hermione, lo so. Verrà presto, no? Dovrebbe essere capace di cavarsela.”Rassicurante. tipico di Lupi, sempre a mettere pace.
Passi, che si allontanano.
Silenzio.
Poi, “Harry…”
“Non dovrebbe essere così.”
“E che ti aspettavi ? Una parata? Un indagine Babbana? Cento punti al Grifondoro?”
“Abbiamo vinto. Abbimo vinto, vero, Sirius? Non tornerà?”
“Non tornerà. Abbiamo vinto, Harry.”
“Il prezzo…”
“Il prezzo era sempre stato alto. Dumbledore lo sapeva.”
“Dumbledore ha scelto di usare un esercito fatto di bambini.”
“Harry…”
“Lo so, è stato un grane uomo, un grande stregone, tra tutte le cose. Ma… si è sacrificato, e so che è stato importante, ma… pare così egoista… lui è morto, e ci ha lasciati soli…”
“Harry, per favore…”
“Ci sono così tanti danni…”
“E’ finita, Harry. Possimo ricostruire, adesso. Possiamo guarire.”
“Ron… Ron ha detto che Hogwarts è stata distrutta.”
“Può essere ricostruita.”
“Oh.”
Passi, Lupin ritorna.
“I Medimaghi stanno arrivando.”
“Hermione?”
“Viene anche lei.”
“Bene.”

***

Calore. Pace. Movimento tutto attorno.
Non ‘era dolore. Aprì gli occhi, e li strizzò per la luce.
“Troppa luce,” disse.
“Veramente è penombra. Ma i tuoi occhi si riadatteranno.”
“Granger?”
riluttante, aprì di nuovo gli occhi. Ranger, certo. Più vecchia, e vissuta, adesso. C’era una cicatrice sul collo, vicina alla clavicola. Contrastava sulla pelle pallida. Era ancora giovane, eppure. Determinata. Brillante.
Ricordò quando lui era stato in quel modo.
Sorise. “Ciao, Professore.”
“Sei… una Medistrega?”
“No, solo una che impara in fretta.”
“Voldemort…”
“E’ stato sconfitto cinque giorni fa, Professore.”
“A dovere?”
“A dovere.”
“Ho sentito… in cella… Dumbledore è morto?”
Guardò altrove. “Sì. Un mese fa."
“Potter, allora. Ha sconfitto Voldemort.”
“Sì. Hanno lottato… è stato… pensavo che non sarebbe mai finita. Mi è sembrato che andassero avanti per giorni.”
“Eri lì?”
“Tutti eravamo lì. Tutti i sopravvissuti.”
“Chi…”
“Chi è sopravvissuto? La professoressa McGonagall. Il Professor Flitwick. Madama Hooch, anche se non volerà mai più. Gli Weasley, eccetto Percy. Neville. Remus. Sirius. Ci sono anche altri…”
“Basta. Hogwarts?”
“Quasi distrutta. Ma il grosso delle torri sono su. Ha mille anni. È stata ricostruita… dozzine di volte.”
Poteva ricrdare una ragazza che avrebbe saputo dire il numero esatto, e che l’avrebbe spifferato solo per dare prova che lei aveva la conoscenza, non importa se ai suoi uditori fregava o no. Non le era piaciuta. Non era certo se quella donna gli sarebbe piaciuta, ma era troppo sfinito per preoccuparsi di certe cose, comunque.”
“Potter…?” chiese. “Le sue mani – ho sentito –“
“Voldemort gli ha maledetto le mani. Tutti i Mangiamorte lo hanno fatto, quelli sopravvissuti a sufficienza da farlo… non poteva tenere la bacchetta. Non potevano ucciderlo, ma sanguinava malamente…”
“Cicatrici.”
“Un sacco. Ha più cicatrici che pelle sulla mano destra.”
“Cicatrici. Tutti quanti.”
“Già. Tutti quanti.”

***

Hogwarts era in condizioni migliori ci come aveva temuto, eppure la vista di massi e cenere nello spazio del Salone era ancora scioccante. La gente formicolava attorno, portava attrezzi e materiali, rappezzava il vecchio castello.
“A questo ritmo, il prossimo anno di scuola partirà con un solo mese di ritardo,” disse Minerva, guidandolo tra i corridoi. Camminava con un bastone, e ad ogni istante dimostrava i suoi settanta anni. La porta del suo vecchio ufficio era contrassegnata con <Preside>. Snape abbassò gli occhi.
“Ti unirai a noi, Severus?” gli chiese.
“Io…”
Durante l’anno da prigioniero, non aveva rimpianto altro se non il suo sotterraneo, familiare e riservato. Ma non riusciva a dire sì. Non ancora.
“Capirò se non vorrai rispondermi proprio adesso,” disse Minerva. Gli occhi parvero straordinariamente brillanti. “Eravamo tutti preoccupati,” disse. “Pensavamo che eri morto e… insomma, perdere un membro del personale… c’è voluto così tanto a trovare un supplente, e c’era quello spazio vuoto al tavolo, non potevamo dimenticare perché eri stato portato via.”
Potter. Prendere o lasciare. La sua scelta.
Ai alzò. “Ho bisogno… ho bisogno di fare due passi.”
Minerva annuì, ma non si unì a lui. Lui comprese, e lo apprezzò.

***

“Dove è lui, adesso?” chiese Hermione. Erano seduti nei giardini del St. Mungo, finalmente liberi dalle mura di ospedale.
“Hogwarts. Poteva andare ovunque volesse… intendo, chi lo avrebbe scacciato? Ma gli weasley… beh, sono tutti in lutto per Percy, e non li accuso, ma allora, non ha bisogno di quello, già si accusa da solo. Così non può andare alla Tana, e Sirius è andato chissà dove… andrò in giro con la mia famiglia il prossimo mese, se posso prendermi quel periodo, e ha promesso che verrà con noi. Ma fino ad allora, sta a Hogwarts. A ricostruire.”

***

Era in cima alla Torre Astronomica, solo nella pioggia. Snape lo vide in piedi al limitare, braccia protese, faccia sollevata, e per un istante, pensò a James. Poi Potter si girò, e Snape vide gli occhi di Lily che ricambiavano il suo sguardo.
“Ho sentito che sei tornato a casa.”
“Credevo che avessi scoperto che la mia dimora di famiglia è a Dartmoore, Potter.”
“Sì. Tua zia comunque è stata mandata ad Azkaban, ovvio. Se ho ben capito, era la tua tutrice, una volta.”
( < Almeno mio padre non sta a Azkaban !> )
“Ha ucciso mia madre,” gli disse.
“Avevo una zia. Ma non penso fosse omicida.”
“Tua madre pensava diverso. Una volta mi disse che la sua sorella aveva decapitato ogni sua bambola e aveva sepolto i pezzi nel giardino.”
“Non mi ero reso conto che conoscessi così bene mia madre.”
“Reravamo amici prima che entrambi sapessimo che esisteva tuo padre.” Non proprio, si erano incontrati sulla piattaforma Nove e Tre Quarti., guardando un ragazzo dai capelli neri ed i suoi amici che saltellavano sulle valige. Ma erano stati amici prima dello smistamento, e dopo, nemici solo in modo meno sentito. Per un po’, almeno, fino che la sua infatuazione – un ricordo che lo angosciava – li avesse alla fine divisi.
Potter si guardò le mani. Erano brutte, avevano un aspetto dolorante. Erano piene di cicatrici. Potter con accortezza piegò un dito come un artiglio.
“Grazie,” gli disse, “Per avermi salvato la vita.”
“Non ho mai ringraziato tuo padre per aver salvato la mia vita.”
“Ah.”
Rimasero nella pioggia, fermi a guardare i terreni devastati. Lo stadio da Quidditch era nero; snape poté vedere i resti scheletrici degli anelli, silhouette contro il cielo. Il fumo ancora impregnava l’aria.
“Non so cosa fare adesso,” disse Potter.
“Puoi sempre insegnare. Immagino che Difesa Contro le arti Oscure sia disponibile.”
Potter rise amaramente. “Per farlo mi occorre la magia.” Tirò su le mani.”Non riesco a tenere la bacchetta. Non riesco a sollevare il grosso delle cose. Sono inutile.”
“Granger dice che hai sconfitto Voldemort senza bacchetta.”
“Lo ho fatto. Ma non sono stato capace di fare niente d’altro da allora.”
“La magia senza bacchetta è rara poiché è difficoltosa ed estenuante, Potter. Dumbledore ci ha messo un secolo per essere capace. Tu hai diciassette anni.”
“Dumbledore. Perché ciascuno si aspetta che mi faccia spuntare la barba bianca e divenga Albus Dumbledore?”
“La gente vuole avere un eroe. Congratulazioni, Potter, tu lo sei.”
“Meraviglioso.”
“Davvero.”
Snape si scostò dalla balaustra e sedette in una delle sedie usate durante le lezioni di astronomia. La salita per le scale lo aveva lasciato più fiacco di quanto non gli piacesse di riconoscere. Si domandò quando mai l’avrebbe lasciato, quel sordo dolore, quella Cruciatus fantasma. Guardandosi in uno specchio al St Mungo, era rimasto scioccato dalle rughe sul viso e dal grigio nei capelli.
“Le mani guariranno, probabilmente.”
“Hermione dice la stessa cosa. Se non in questo decennio, nel prossimo.”
“Potter?”
“Sì, Professore?”
“Il tuo contegno sta diventando irritante.”
Potter lo guardò un po’ divertito. “Mi stai dicendo di schizzare fuori?”
“In poche parole – sì.”
“Remus dice la stessa cosa. E Sirius.”
“Granger e Weasley non possono essere assai lontani.”
“Ti aggiungo alla lista, allora.”
“Per carità di Merlino, Potter. Sei vivo. Con danni e cicatric, ma vivo. Smetti di rintanarti nel tuo sotterraneo. Vai a giro con la famiglia degli Weasley. Vivi da Gabbano per un po’. Scordati di Voldemort e Dumbledore e le cicatrici, e tutte quelle sciocchezze sul < Ragazzo che Sopravvisse>.
“E tu, Professore? Come ti sembra il sotterraneo?”
“Mi hai tirato fuori tu, ricordi, Potter? Sto solo ripagando il debito.”
“Ah.”

***

Il sotterraneo, quando lo raggiunse, gli parve il solito, come se lo ricordava. Il nuovo Maestro delle Pozioni aveva cambiato poco, anche se gli scaffali nel vecchio ufficio erano stati riordinati. Le pareti erano gelide, ma non si affannò ad accendere il fuoco.
La camera da letto, pure, era quasi immutata. Non si era mai affannato a decorarla, era spartana come al solito.
Il corpo gli doleva nell’aria fredda, umida, e la faccia nel vecchio specchio era scavata, piena d’ombre. Si sentì vecchio.
Non si era mai atteso di lasciare la prigione dei Malfoy, e adesso, non sapeva cosa fare. Non c’era guerra che lo richiedesse, nessun Mangiamorte, né Voldemort né Dumbledore con aspettative su di lui. Anche la sua famiglia era andata.
Pensò alla casa di Dartmoore, al legno di sandalo e alla lavanda sulla tomba della madre. C’erano laboratori, laboratori ben ventilati con larghe finestre e luce del sole. Aveva qualcosa che mancava a Potter: una casa di famiglia, un rifugio vecchio di secoli, che attendeva il suo arrivo.
Poteva andare a casa, mettere in ordine i ricordi.

Crucio.

Fai svanire i ricordi. Fai dissipare la Cruciatus fantasma.
Lascia perdere ogni cosa.

***

Grida. Oscurità.
Oscurità tutto attorno.

Crucio.

Si destò urlando, ma era finita, era un sogno, e stava sbiadendo. Fuori, il sole sorgeva


------------------------- F I N E ----------------------

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Arte di :www.deviantart.com/deviation/19130985/


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